Giocattoli inclusivi: inclusione reale o "da scaffale"?

Negli ultimi decenni abbiamo assistito, soprattutto oltreoceano, ad una sfida ideologica tra il cosiddetto Woke, ovvero un insieme di ideologie che si professano, almeno sulla carta, come inclusive e per i diritti di categorie "oppresse", o presunte tali, ed un movimento , invece, più tradizionalista che aspira , tra le altre cose, ad un modello più classico della famiglia e magari più aderente ai dettami religiosi.
Un esempio è stato Charlie Kirk, divulgatore e personaggio famoso del web, definito da molti tradizionalista e anti-woke e contro la teoria Gender, che si è preso un pallottola ed è morto per i suoi ideali: ora, io non voglio discutere , in questo post, su chi abbia ragione o torto, o su quale ideologia sia la migliore, però arrivare all'omicidio di qualcuno che esprime le sue opinioni vuol dire che la temperatura dello scontro e dell'odio sociale è salito alle stelle.
E su tutti i vari fronti su cui si combatte questa sfida, c'è anche quella dei giocattoli: una volta degli innocenti passatempi per bambini, che adesso sono divenuti a loro volta campo di scontro ideologico e di clamore mediatico.
Negli ultimi anni l’industria dei giocattoli ha scoperto una nuova parola chiave: inclusione. Bambole con protesi, sedie a rotelle, diverse tonalità di pelle, corporature non standard, fino ad arrivare alle neurodiversità.
Recentemente, l’uscita della cosiddetta “Barbie autistica” di Mattel è solo l’ultimo esempio di una tendenza che divide profondamente l’opinione pubblica. Per alcuni è un passo avanti necessario, per altri l’ennesima operazione di marketing travestita da progresso sociale. Ma dove sta la verità? È davvero inclusione o solo inclusione da scaffale?
L’obiettivo dichiarato di questi prodotti è duplice: da un lato permettere ai bambini che vivono determinate condizioni di sentirsi rappresentati, dall’altro educare i bambini “neurotipici” alla diversità. Un intento, sulla carta, difficile da criticare. Il problema nasce quando la rappresentazione diventa semplificazione, e la semplificazione scivola nell’edulcorazione.
Prendiamo il caso dell’autismo. Si tratta di uno spettro amplissimo, fatto di esperienze, difficoltà e vissuti profondamente diversi tra loro. Ridurlo a una bambola sorridente con un paio di cuffie antirumore, un tablet e un fidget spinner rischia di trasformare una realtà complessa in un’immagine “Instagram friendly”: rassicurante, pulita, non disturbante. Una versione che non mostra il sovraccarico sensoriale, le crisi, la fatica relazionale, l’isolamento, il sentirsi costantemente “troppo” o “fuori posto”. Tutto ciò che rende l’autismo difficile, per chi lo vive e per chi gli sta accanto, viene lasciato fuori dalla confezione.
Qui entra in gioco un concetto chiave: tokenismo. Ovvero l’atto di inserire un simbolo di inclusione all’interno di un catalogo enorme senza che questo comporti un cambiamento strutturale o culturale. La bambola c’è, la foto promozionale pure, il messaggio passa. Ma quanto costa, davvero, a un’azienda fare questo gesto? Molto meno che ripensare ambienti, accessori, narrazioni e interi sistemi per renderli davvero accessibili. Una Barbie in sedia a rotelle è un segnale potente; una casa delle bambole progettata per essere realmente accessibile lo sarebbe molto di più, ma richiederebbe investimenti, riprogettazione, fatica.
Il rischio è quello dell’effetto alone: un singolo elemento positivo (la bambola inclusiva) finisce per “ripulire” l’intero concetto che rappresenta. L’autismo diventa qualcosa di semplice, gestibile, quasi elegante. Un mito contemporaneo, direbbe qualcuno: una realtà privata della sua storia e delle sue asperità per diventare compatibile con il mercato. Visibile, sì, ma addomesticata.
Io, sinceramente, vedo una volontà precisa sulle aziende di giocare sul clamore mediatico e sullo scontro ideologico per fare pubblicità al nuovo prodotto: come diceva uno famoso, che se ne parli bene e che se ne parli male, l'importante è che se ne parli, e se questo può essere un modo per far diventare virali una bambola sul web, le aziende non aspettano altro !
Grazie dell'attenzione e alla prossima.
Immagine realizzata con ChatGPT
Le aziende giocano sul woke, fa bello rappresentare la diversità, fra un po' uscirà la barbie trans mi aspetto...
Se si vuole educare i ragazzini alla diversità il posto dove farlo è la scuola, insegnando e non riducendo a un gioco stereotipato
È vero, ci giocano, ma il gioco è bello quando dura poco.
Autistic Barbie is one of the dumbest ideas ever conceived. It's right up there with the moron at Bud Light who wanted to use a trans influencer and destroyed the brand. Kids shouldn't be forced to worry about inclusion and diversity in their toys, it's sick and wrong in my opinion. Personally I find the whole woke thing another way to discriminate against those who don't fit one of their "categories", and it has destroyed Hollywood. People don't watch things that are woke, they avoid them. Just look at what happened the the live action "Snow White", talk about a piece of garbage...
I know, it's garbage, but it seems to have infeceted a large piece of our society, and it is backed and sponsored by powerful and rich people who have an agenda to push.